Monthly Archives: January 2008

Convertire le immagini CCD/IMG/SUB in ISO

Non ho fatto in tempo a scrivere il post precedente quando è saltato fuori che l’immagine che dovevo montare non era .cue/.bin ma .ccd/.img/.sub , il formato utilizzato da CloneCD. Per convertire l’immagine in .iso ci viene in soccorso il programma ccd2iso, che potete scaricare da qui: http://downloads.sourceforge.net/ccd2iso/ccd2iso-0.3.tar.gz.

Installate il compilatore e le librerie eseguendo:

sudo aptitude install build-essential

Scompattate il file appena scaricato, eseguite il configure, compilatelo e installatelo:

tar xvf ccd2iso-0.3.tar.gz
cd ccd2iso-0.3
./configure
make
sudo make install

Adesso potrete usare il comand ccd2iso. Per convertire l’immagine image.img in .iso eseguite:

ccd2iso image.img image.iso

Dopo un po’ l’immagine image.iso sarà pronta, e potrete montarla (supponendo che la cartella /mnt/virtcd esista già):

sudo mount -t iso9660 -o loop image.iso /mount/virtcd

Montare immagini CD .bin/.cue su Linux

Oggi avevo bisogno di montare su Kubuntu l’immagine di un cd. Purtroppo l’immagine non era nel classico formato .iso, ma in formato .bin con allegato .cue. Non avendo voglia di installare cdemu o AcetoneISO, mi sono attrezzato per convertire l’immagine .bin/.cue in una più classica .iso. Il programma in questione è bchunk, un vecchio programma che fa ancora egregiamente il suo lavoro. Per installarlo (su Ubuntu, Kubuntu e tutte le derivate Debian) eseguite:

sudo aptitude install bchunk

per le altre distribuzioni (Mandriva, Fedora, Gentoo) usate i tool più opportuni (yum, emerge, …).
Supponendo di voler convertire i file image.bin e image.cue in image.iso, eseguite questo comando:

bchunk image.bin image.cue image.iso

e così verrà creata l’immagine iso equivalente. Per montare l’immagine ad esempio nella cartella /mount/virtcd (che deve già esistere) eseguite:

sudo mount -t iso9660 -o loop image.iso /mount/virtcd

L’iso sarà montata e utilizzabile come una normale cartella.

Implementare correttamente il pattern singleton in Java

Un pattern usatissimo (e soprattutto abusatissimo) nei linguaggi object oriented è il pattern Singleton, il quale in breve viene utilizzato quando si vuole essere sicuri che di una certa classe esista un’unica istanza. Lasciando da parte le discussioni sul perché sarebbe bene limitare al massimo l’uso di questo pattern, sul come sia sbagliato usarlo per raggruppare un insieme di funzioni “utility” e così via, occupiamoci della sua implementazione. Il metodo più ingenuo per implementarlo è il seguente:

// Implementazione lazy non thread safe
public class MySingleton {
  private static MySingleton instance;

  private MySingleton() {}

  public static MySingleton getInstance() {
    if (instance==null) {
      instance = new MySingleton();
    }
    return instance;
  }
}

Questa implementazione va benissimo finché l’applicazione è formata rigorosamente da un singolo thread. Nel caso in cui più thread possano richiamare il metodo getInstance() c’è una race condition: potrebbero entrambi superare il test dell’if e ottenere due istanze diverse della classe MySingleton.

La prima idea che viene per risolvere il problema è:

// Implementazione lazy corretta ma lenta
public class MySingleton {
  private static MySingleton instance;

  private MySingleton() {}

  public synchronized MySingleton getInstance() {
    if (instance==null) {
      instance = new MySingleton();
    }
    return instance;
  }
}

Questa implementazione è effetivamente thread safe, ma rende il metodo getInstance() sincronizzato, il che ha un certo impatto prestazionale, per cui sarebbe preferibile evitarla. C’è una soluzione semplice che però manca in laziness:

// Implementazione corretta non lazy
public class MySingleton {
  private final static MySingleton instance = new MySingleton();

  private MySingleton() {}

  public static MySingleton getInstance() {
    return instance;
  }
}

Questo codice è thread safe senza usare alcun costrutto particolare del linguaggio. L’unica sua pecca è che il riferimento all’istanza è inizializzato staticamente, per cui potrebbe istanziato anche molto prima della chiamata a getInstance() (basterebbe una chiamata a qualunque metodo statico di MySingleton per istanziarlo). Se nel programma considerato non interessa la laziness, questa può essere una buona soluzione, che ha anche il pregio di funzionare su tutte le versioni della JVM.

C’è una soluzione lazy apparentemente corretta detta double checked locking, molto in voga in passato, che però ha un subdolo bug che di fatto la rende thread unsafe:

// Implementazione non thread safe
public class MySingleton {
  private static MySingleton instance;

  private MySingleton() {}

  public static MySingleton getInstance() {
    if (instance==null) {
      synchronized(MySingleton.class) {
        if (instance==null) {
          instance = new MySingleton();
        }
      }
    return instance;
  }
}

Supponiamo di avere due thread, thread1 e thread2 che richiamano il metodogetInstance(): thread1 passa il test per entrambi gliif e inizia l’istanziazione di MySingleton, a questo punto thread2 esegue il primo if. Poiché non è entrato nella sezione sincronizzata non c’è una relazione “happens before” tra i due thread, e il comportamento del codice non è definito: thread1 potrebbe ricevere una istanza corretta, una non correttamente inizializzata o null (e istanzierebbe dunque un altro oggetto MySingleton, e il pattern è distrutto).

Con Java 5 è stato formalizzato il modello di memoria di Java, e è possibile modificare il codice precedente in modo che sia corretto anche se richiamato da più thread:

// Implementazione lazy thread safe *solo* per Java 5 e successivi
public class MySingleton {
  private volatile static MySingleton instance;

  private MySingleton() {}

  public static MySingleton getInstance() {
    if (instance==null) {
      synchronized(MySingleton.class) {
        if (instance==null) {
          instance = new MySingleton();
        }
      }
    return instance;
  }
}

La differenza è nella keyword volatile davanti alla variabile instance. Dichiarare una istanza come volatile significa che un aggiornamento della variabile stabilisce una relazione “happens before”. In un certo senso è come se i lettori e gli scrittori della variabile utilizzassero blocchi sincronizzati per cui il lettore ha la garanzia di vedere il valore correttamente aggiornato dallo scrittore.

Questo tipo di double checked locking è thread safe e probabilmente più veloce della versione che utilizza il metodo dichiarato come synchronized, anche se la differenza è probabilmente molto piccola. Questa versione non è garantito che funzioni correttamente con versioni di Java dalla 1.4 e precedenti (questo perché il memory model è stato formalizzato con Java 5), mentre è garantito funzionante dalla versione 5 in poi. Inoltre le variabili volatile danno delle penalizzazioni prestazionali su sistemi multi-CPU paragonabili a quelli della sincronizzazione.

Esiste una versione ancora più elegante, lazy, thread safe e funzionante su tutte le versioni di Java ideata da William Pugh:

// Implementazione lazy thread safe
public class MySingleton {
  private MySingleton() {}

  private static class MySingletonHolder {
    private final static MySingleton instance = new MySingleton();
  }

  public static MySingleton getInstance() {
    return MySingletonHolder.instance;
  }
}

Il “trucco” è nel fatto che la classe interna MySingletonHolder viene caricata dal class loader la prima volta che c’e n’è bisogno, vale a dire quando viene usata dal metodo getInstance(), per cui questo codice è thread safe senza usare costrutti particolari, è lazy perché non anticipa l’istanziazione del singleton e funziona su tutte le versioni di Java.

Il singleton è un pattern molto semplice, ma è sorprendentemente poco intuitivo realizzarne una implementazione corretta. A questo proposito Jon Bentley in Programming Pearls ricorda come la prima descrizione dell’algoritmo di ricerca binario (il binary search) sia stata pubblicata nel 1946, ma la sua prima implementazione corretta solo nel 1962. Come scriveva Donald Knuth:

Beware of bugs in the above code; I have only proved it correct, not tried it.

Usare il sistema di stampa di KDE in Firefox

Firefox icon by everaldo.comSu Linux Firefox utilizza una sua finestra di dialogo per la stampa delle pagine web, che può essere un po’ limitativa. È abbastanza facile però convicerlo a utilizzare il sistema di stampa di KDE. Per farlo eseguite queste operazioni:

  1. Nella barra degli indirizzi di Firefox digitate about:config e premete invio
  2. Cliccate con il tasto destro su una riga qualunque e scegliete New->String
  3. Nella prima finestra di dialogo che comparirà selezionate inserite print.printer_PostScript/default.print_command (esattamente come indicato qui, maiuscole e minuscole sono importanti!) e cliccate su Ok
  4. Nella seconda finestra di dialogo che apparirà inserite kprinter e cliccate su Ok
  5. Chiudete la linguetta di about:config

Adesso quando vorrete stampare qualcosa da Firefox nella vecchia finestra di dialogo selezionate PostScript/default e si avvierà il sistema di stampa di KDE, dove potrete usare normalmente la vostra stampante (o anche le stampanti virtuali che vi permettono di inviare la pagina come allegato pdf via mail, inviarla via fax e così via).

Effetti composite di KDE 4

Non sono un fanatico degli effetti composite portati alla ribalta da Compiz/Beryl/Compiz fusion, ma sono del parere che un po’ di “eye candy” per attirare utenti non guasti (purché siano consci che spesso questi effetti sono causa di impantanamenti del desktop environment).

Il gestore delle finestre di KDE 4, KWin, ha dei propri effetti grafici integrati, attivabili se il server X (AiGLX, XGL) supporta il composite. Ecco un video in attesa che KDE 4 venga rilasciato: