Convertire le immagini CCD/IMG/SUB in ISO

Non ho fatto in tempo a scrivere il post precedente quando è saltato fuori che l’immagine che dovevo montare non era .cue/.bin ma .ccd/.img/.sub , il formato utilizzato da CloneCD. Per convertire l’immagine in .iso ci viene in soccorso il programma ccd2iso, che potete scaricare da qui: http://downloads.sourceforge.net/ccd2iso/ccd2iso-0.3.tar.gz.

Installate il compilatore e le librerie eseguendo:

sudo aptitude install build-essential

Scompattate il file appena scaricato, eseguite il configure, compilatelo e installatelo:

tar xvf ccd2iso-0.3.tar.gz
cd ccd2iso-0.3
./configure
make
sudo make install

Adesso potrete usare il comand ccd2iso. Per convertire l’immagine image.img in .iso eseguite:

ccd2iso image.img image.iso

Dopo un po’ l’immagine image.iso sarà pronta, e potrete montarla (supponendo che la cartella /mnt/virtcd esista già):

sudo mount -t iso9660 -o loop image.iso /mount/virtcd

Montare immagini CD .bin/.cue su Linux

Oggi avevo bisogno di montare su Kubuntu l’immagine di un cd. Purtroppo l’immagine non era nel classico formato .iso, ma in formato .bin con allegato .cue. Non avendo voglia di installare cdemu o AcetoneISO, mi sono attrezzato per convertire l’immagine .bin/.cue in una più classica .iso. Il programma in questione è bchunk, un vecchio programma che fa ancora egregiamente il suo lavoro. Per installarlo (su Ubuntu, Kubuntu e tutte le derivate Debian) eseguite:

sudo aptitude install bchunk

per le altre distribuzioni (Mandriva, Fedora, Gentoo) usate i tool più opportuni (yum, emerge, …).
Supponendo di voler convertire i file image.bin e image.cue in image.iso, eseguite questo comando:

bchunk image.bin image.cue image.iso

e così verrà creata l’immagine iso equivalente. Per montare l’immagine ad esempio nella cartella /mount/virtcd (che deve già esistere) eseguite:

sudo mount -t iso9660 -o loop image.iso /mount/virtcd

L’iso sarà montata e utilizzabile come una normale cartella.

Implementare correttamente il pattern singleton in Java

Un pattern usatissimo (e soprattutto abusatissimo) nei linguaggi object oriented è il pattern Singleton, il quale in breve viene utilizzato quando si vuole essere sicuri che di una certa classe esista un’unica istanza. Lasciando da parte le discussioni sul perché sarebbe bene limitare al massimo l’uso di questo pattern, sul come sia sbagliato usarlo per raggruppare un insieme di funzioni “utility” e così via, occupiamoci della sua implementazione. Il metodo più ingenuo per implementarlo è il seguente:

// Implementazione lazy non thread safe
public class MySingleton {
  private static MySingleton instance;

  private MySingleton() {}

  public static MySingleton getInstance() {
    if (instance==null) {
      instance = new MySingleton();
    }
    return instance;
  }
}

Questa implementazione va benissimo finché l’applicazione è formata rigorosamente da un singolo thread. Nel caso in cui più thread possano richiamare il metodo getInstance() c’è una race condition: potrebbero entrambi superare il test dell’if e ottenere due istanze diverse della classe MySingleton.

La prima idea che viene per risolvere il problema è:

// Implementazione lazy corretta ma lenta
public class MySingleton {
  private static MySingleton instance;

  private MySingleton() {}

  public synchronized MySingleton getInstance() {
    if (instance==null) {
      instance = new MySingleton();
    }
    return instance;
  }
}

Questa implementazione è effetivamente thread safe, ma rende il metodo getInstance() sincronizzato, il che ha un certo impatto prestazionale, per cui sarebbe preferibile evitarla. C’è una soluzione semplice che però manca in laziness:

// Implementazione corretta non lazy
public class MySingleton {
  private final static MySingleton instance = new MySingleton();

  private MySingleton() {}

  public static MySingleton getInstance() {
    return instance;
  }
}

Questo codice è thread safe senza usare alcun costrutto particolare del linguaggio. L’unica sua pecca è che il riferimento all’istanza è inizializzato staticamente, per cui potrebbe istanziato anche molto prima della chiamata a getInstance() (basterebbe una chiamata a qualunque metodo statico di MySingleton per istanziarlo). Se nel programma considerato non interessa la laziness, questa può essere una buona soluzione, che ha anche il pregio di funzionare su tutte le versioni della JVM.

C’è una soluzione lazy apparentemente corretta detta double checked locking, molto in voga in passato, che però ha un subdolo bug che di fatto la rende thread unsafe:

// Implementazione non thread safe
public class MySingleton {
  private static MySingleton instance;

  private MySingleton() {}

  public static MySingleton getInstance() {
    if (instance==null) {
      synchronized(MySingleton.class) {
        if (instance==null) {
          instance = new MySingleton();
        }
      }
    return instance;
  }
}

Supponiamo di avere due thread, thread1 e thread2 che richiamano il metodogetInstance(): thread1 passa il test per entrambi gliif e inizia l’istanziazione di MySingleton, a questo punto thread2 esegue il primo if. Poiché non è entrato nella sezione sincronizzata non c’è una relazione “happens before” tra i due thread, e il comportamento del codice non è definito: thread1 potrebbe ricevere una istanza corretta, una non correttamente inizializzata o null (e istanzierebbe dunque un altro oggetto MySingleton, e il pattern è distrutto).

Con Java 5 è stato formalizzato il modello di memoria di Java, e è possibile modificare il codice precedente in modo che sia corretto anche se richiamato da più thread:

// Implementazione lazy thread safe *solo* per Java 5 e successivi
public class MySingleton {
  private volatile static MySingleton instance;

  private MySingleton() {}

  public static MySingleton getInstance() {
    if (instance==null) {
      synchronized(MySingleton.class) {
        if (instance==null) {
          instance = new MySingleton();
        }
      }
    return instance;
  }
}

La differenza è nella keyword volatile davanti alla variabile instance. Dichiarare una istanza come volatile significa che un aggiornamento della variabile stabilisce una relazione “happens before”. In un certo senso è come se i lettori e gli scrittori della variabile utilizzassero blocchi sincronizzati per cui il lettore ha la garanzia di vedere il valore correttamente aggiornato dallo scrittore.

Questo tipo di double checked locking è thread safe e probabilmente più veloce della versione che utilizza il metodo dichiarato come synchronized, anche se la differenza è probabilmente molto piccola. Questa versione non è garantito che funzioni correttamente con versioni di Java dalla 1.4 e precedenti (questo perché il memory model è stato formalizzato con Java 5), mentre è garantito funzionante dalla versione 5 in poi. Inoltre le variabili volatile danno delle penalizzazioni prestazionali su sistemi multi-CPU paragonabili a quelli della sincronizzazione.

Esiste una versione ancora più elegante, lazy, thread safe e funzionante su tutte le versioni di Java ideata da William Pugh:

// Implementazione lazy thread safe
public class MySingleton {
  private MySingleton() {}

  private static class MySingletonHolder {
    private final static MySingleton instance = new MySingleton();
  }

  public static MySingleton getInstance() {
    return MySingletonHolder.instance;
  }
}

Il “trucco” è nel fatto che la classe interna MySingletonHolder viene caricata dal class loader la prima volta che c’e n’è bisogno, vale a dire quando viene usata dal metodo getInstance(), per cui questo codice è thread safe senza usare costrutti particolari, è lazy perché non anticipa l’istanziazione del singleton e funziona su tutte le versioni di Java.

Il singleton è un pattern molto semplice, ma è sorprendentemente poco intuitivo realizzarne una implementazione corretta. A questo proposito Jon Bentley in Programming Pearls ricorda come la prima descrizione dell’algoritmo di ricerca binario (il binary search) sia stata pubblicata nel 1946, ma la sua prima implementazione corretta solo nel 1962. Come scriveva Donald Knuth:

Beware of bugs in the above code; I have only proved it correct, not tried it.

Le nuove tecnologie di KDE 4.0 al Release Event

Al Google Campus di Mountain View in California si sta svolgendo in queste ore il release event di KDE 4.0.
Particolarmente interessante è la presentazione di Aaron Seigo, benevolente dittatore di KDE, dove vengono presentate le tecnologie e i framework che costituiscono la struttura fondante di KDE 4 e ne permetterano, si spera, un ottimo sviluppo. Il ciclo di vita di KDE 4 è previsto essere lungo come quello di KDE 2 e KDE 3 sommati, per cui è prioritario avere delle solide basi che permettano a KDE di evolvere in modo robusto nel tempo. I componenti presentati sono:

Oxygen
Non si tratta propriamente di una tecnologia, ma è l’appeal grafico di KDE. Il progetto Oxygen si è occupato di ridisegnare completamente le icone di KDE (alcune migliaia), ridisegnare il look & feel delle finestre e di creare un nuovo tema di suoni per KDE 4.
Solid
È un set di API che permette un’interazione semplice e multipiattaforma con l’hardware. Permette ai programmi di sapere ad esempio quando viene collegata una fotocamera o un dispositivo di memorizzazione esterno, quali sono le impostazioni attuali del risparmio energetico, se siamo connessi alla rete o ricevere una notifica quando internet è accessibile e così via.
Phonon
Per usare le parole di Seigo, “Phonon è per il multimedia quello che Solid è per l’hardware”. Phonon permette alle applicazioni di interagire con il sottosistema multimediale del desktop environment. Seigo spiega che in cinque linee di codice è possibile realizzare un semplice player video. Con delle API concise e multipiattaforma è possibile sapere se una webcam è collegata e eventualmente utilizzarla.
Akonadi
Nato da KDE PIM, è il servizio di memorizzazione per la gestione delle informazioni personali (PIM). Permette di memorizzare le informazioni delle suite PIM (contatti, email, calendari, appuntamenti) e le rende disponibili attraverso un set di API a tutte le applicazioni. Con poche linee di codice gli sviluppatori di KDE PIM sono riusciti a creare un’applet sul desktop (usando Plasma) che mostra in real time le email in arrivo, in modo ovviamente sincronizzato con la suite principale.
Decibel
È un set di API che permette di interagire con diversi supporti di comunicazione come VoIP, chat e instant messaging anche contemporaneamente.
Kross
È ciò che dovrebbe attirare frotte di sviluppatori su KDE 4 :) È un layer trasparente che permette di accedere alle funzionalità di KDE e delle applicazioni che lo supportanto con qualunque linguaggio di scripting. Attualmente sono supportati “out of the box” ruby, python e javascript. Sono in corso i lavori su krossjava, che permetterà anche l’utilizzo di Java. Se ad esempio una azienda usa molto python e KOffice è possibile esportare degli oggetti da un documento di KOffice e manipolarli in python.
Sonnet
È un correttore ortografico (e in futuro correggerà anche gli errori di grammatica) capace di riconoscere la lingua che sta analizzando adattandovisi automaticamente. Linux.com ha pubblicato un articolo su Sonnet.
DXS
È il protocollo descritto dal Get Hot New Stuff di freedesktop.org che specifica come scaricare in modo user friendly. Per chi conosce KDE è il nuovo protocollo alla base delle finestre di dialogo che permettono di aggiungere temi in Kopete, script in Amarok, widget in SuperKaramba. Un uso abbastanza perverso può essere quello di usarlo per mettere a disposizione calendari di appuntamenti e notificare autmaticamente chi ne ha scaricato uno di eventuali modifiche. Nella sua presentazione Seigo mostra come KStars usando KNewStuff2, che a sua volta usa DXS, possa scaricare in modo semplice per l’utente le informazioni sugli oggetti celesti, e altrettanto facilmente disinstallarli.
Nepomuk
È la tecnologia che gestisce i metadati su KDE 4. Nepomuk permette di aggiungere tag e metadati ai file, consentendo di effettuare ricerche molto complesse sui file. L’esempio che fa Seigo è: “trova le fotografie di giraffe che mi ha inviato John via e-mail”. In una ricerca del genere è incluso il tipo di file (immagini), l’argomento del file (la giraffa), il canale di comunicazione (e-mail), la sorgente (John). Una ricerca del genere è molto macchinosa da realizzare con applicazioni tradizionali come Google Desktop Search, mentre un sistema basato sulle ontologie come Nepomuk permette di farla in modo molto naturale. Le ontologie sono memorizzate in Nepomuk come grafi, che sono una struttura molto inefficiente per le ricerche, per cui viene usato Strigi come motore di ricerca. Poiché è un progetto estremamente recente Nepomuk non è integrato in molte applicazioni, ma con il tempo dovrebbe diventare sempre più onnipresente.
Strigi
È un motore di indexing e di ricerca leggero e veloce. Potete considerarlo un equivalente open source si Google Desktop Search.
ThreadWeaver
ThreadWeaver è un supporto alla programmazione di applicazioni multi-thread che permette di sfruttare in modo semplice le CPU con architettura multi-core, che sono sempre più comuni. ThreadWeaver è basato sull’idea di suddividere le operazioni in job, descrivere le dipendenze tra i job e metterli in coda per l’esecuzione: il supporto li eseguirà nell’ordine ottimale sfruttando i core presenti (il cui numero è noto grazie a Solid). Sebbene sia un aspetto di KDE 4 squisitamente per i programmatori si traduce di fatto dal punto di vista dell’utente in una GUI più fluida e in programmi più rapidi. Insieme a ThreadWeaver Seigo descrive QtConcurrent, una libreria di Qt 4 che astrae l’implementazione dei thread dal sistema operativo sottostante, semplificando la programmazione per più sistemi operativi.
KWin
Come ho riportato in un post precedente KWin ora supporta gli effetti composite.
Plasma
Una delle innovazioni più attese di KDe 4 è Plasma, il motore che si occupa di rappresentare il desktop e i relativi widget come la barra delle applicazioni, l’orologio, il nuovo menu K, i widget che mostrano RSS o fanno interagire con Twitter e così via. Gli sviluppatori possono creare nuovi widget usando il linguaggio che preferiscono grazie a Kross.

La presentazione di Seigo è continua con un piccolo demo del funzionamento Dolphin, il nuovo file manager e il funzionamento di base di KDE su Mac.

Seigo ha anche descritto le nuove possibilità che si aprono per KDE grazie al supporto per più sistemi operativi: da un lato sicuramente attirare più utenti e sviluppatori grazie alla possibilità di sviluppare facilmente programmi non platform dependent, dall’altro quello ad esempio di standardizzare il supporto tecnico nelle aziende. Seigo spiega come sia possibile per una azienda scegliere di supportare Kontact come applicazione per le email, scegliere un server che supporti un qualunque protocollo aperto (non Exchange) e lasciare scelta agli utenti della piattaforma su cui utilizzarlo (Linux, Windows, BSD, Mac, OpenSolaris).

Infine viene presentata la comodità di utilizzare SVG per rappresentare la grafica in modo indipendente dalla risoluzione e una piccola demo di Marble, un componente simile a Google Earth, che in futuro userà il progetto Open Street Map per rappresentare le strade.

KDE 4 si presenta con un insieme di framework portabili e flessibili, sta ora agli sviluppatori e agli utenti trovare modi per farli interagire in modo utile. Il messaggio che ha cercato di veicolare Aaron Seigo è il secondo motto di KDE 4 (il primo è “Be free”): “the start of something amazing”. KDE 4 probabilmente non è ancora maturo, ma è la piattaforma su cui ci saranno, si spera, grandi sviluppi.

KDE4 e i bug di plasma

KDE4 è stato rilasciato. L’obiettivo più o meno tacito è quello di attirare sviluppatori e utenti sulla nuova piattaforma, oltre a quello di testare le nuove tecnologie (Plasma, Phono, Solid, Nepomuk, Strigi, Soprano, Decibel, Kross, ThreadWeaver). L’aspetto più evidente di KDE4, Plasma, è stato oggetto a un buon numero di segnalazioni di bug. In un suo post randomguy3, uno degli sviluppatori di KDE, ha indicato i bug segnalati più di frequente:

  • L’immagine di sfondo non sempre viene caricata. Il fix sarà rilasciato con la versione 4.0.1.
  • Gli handle delle applet non sempre sparisco quando il mouse viene spostato via dalla stessa. Il fix (“quasi perfetto”) è atteso per la versione 4.0.1.
  • Nessuna configurazione per la taskbar (randomguy3 commenta con “is coming”).
  • In alcuni casi il crash del desktop può portare a un salvataggio solo parziale della configurazione, lasciandolo senza barra degli strumenti.

Per quanto io ami KDE non posso onestamente dire che sia davvero pronto per chi voglia utilizzarlo come Desktop Environment permanente. Per chi sia meno inclinato al bleeding edge e preferisca la stabilità e la personabilizzabilità, suggerisco caldamente di attendere almeno KDE 4.1 e nel frattempo continuare tranquillamente a usare KDE 3.5.

E visto che tutti lo stanno facendo:

Usare il sistema di stampa di KDE in Firefox

Firefox icon by everaldo.comSu Linux Firefox utilizza una sua finestra di dialogo per la stampa delle pagine web, che può essere un po’ limitativa. È abbastanza facile però convicerlo a utilizzare il sistema di stampa di KDE. Per farlo eseguite queste operazioni:

  1. Nella barra degli indirizzi di Firefox digitate about:config e premete invio
  2. Cliccate con il tasto destro su una riga qualunque e scegliete New->String
  3. Nella prima finestra di dialogo che comparirà selezionate inserite print.printer_PostScript/default.print_command (esattamente come indicato qui, maiuscole e minuscole sono importanti!) e cliccate su Ok
  4. Nella seconda finestra di dialogo che apparirà inserite kprinter e cliccate su Ok
  5. Chiudete la linguetta di about:config

Adesso quando vorrete stampare qualcosa da Firefox nella vecchia finestra di dialogo selezionate PostScript/default e si avvierà il sistema di stampa di KDE, dove potrete usare normalmente la vostra stampante (o anche le stampanti virtuali che vi permettono di inviare la pagina come allegato pdf via mail, inviarla via fax e così via).

Effetti composite di KDE 4

Non sono un fanatico degli effetti composite portati alla ribalta da Compiz/Beryl/Compiz fusion, ma sono del parere che un po’ di “eye candy” per attirare utenti non guasti (purché siano consci che spesso questi effetti sono causa di impantanamenti del desktop environment).

Il gestore delle finestre di KDE 4, KWin, ha dei propri effetti grafici integrati, attivabili se il server X (AiGLX, XGL) supporta il composite. Ecco un video in attesa che KDE 4 venga rilasciato: